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Algeciras tra Flamenco e Medioriente…alla scoperta delle radici culturali comuni

di Jean Luc Dutuel

Roma, mercoledì 9 agosto 2017 - 

Teatro - Luoghi comuni. Confini. I primi sono il frutto di una cultura superficiale basata su fragili convinzioni, i secondi sono barriere mentali prima che geografiche

Algeciras Flamencocreate per dividere popoli che hanno sempre avuto delle radici culturali comuni. Se prendiamo il flamenco per esempio non possiamo dare per certa la sua appartenenza alla cultura occidentale quanto a quella orientale. il termine potrebbe essere una traslitterazione della parola berbera felagmangu (contadino sfuggente) e le stesse popolazioni berbere, che in occidente venivano chiamati Mori, in otto secoli di dominazione dell’Andalusia hanno sicuramente contribuito, se non alla creazione, almeno allo sviluppo e diffusione della danza. 
Le danze orientali stesse, sempre per il suddetto luogo comune vengono associate alla danza del ventre, in realtà hanno alle spalle una storia complessa composta da tanti stili che provengono da un’area molto vasta che va dalla Turchia al Libano, dall’Egitto al Marocco spagnolo, la splendida città di Ceuta centro multiculturale dove cadono luoghi comuni e barriere fisiche e mentali. 
Ancora una volta la compagnia Algeciras Flamenco ha anticipato tempi e luoghi di quelle che saranno le battaglie a venire, quelle della ricerca di un identità culturale che mai come oggi nell’era della falsa tolleranza appare sfocata e sfuggente.
L
a coreografa Francisca Berton presenta uno spettacolo all’Anfiteatro di Albano, “Algeciras tra Flamenco e Medioriente”, in cui due modi di concepire la danza apparentemente lontani si alternano per poi ritrovarsi in un finale dove avviene un‘unione culturale mai così attesa ed inevitabile. Al suo fianco la coreografa Perla Elia Nemer in doppia veste di danzatrice e cantante e le straordinarie doti interpretative della voce di Ana Rita Rosarillo
E’ proprio lei che inizia con un brano di origine gitane slave adattato alle esigenze del palo, uno dei tanti Algeciras2 Flamencostili del flamenco, ovvero la splendida Ederlezi di Goran Bregovic tratta dalla colonna sonora de “Il tempo dei gitani”. A questo punto entrano in scena Francisca Berton e le sue bravissime bailaoras e si rimane subito colpiti dai toni scuri, blue con gonna nera della bata de cola. Anche la ritmica della danza è diversa i movimenti sono meno fluidi, razionali, geometrici. Il motivo lo capiamo subito quando entrano in scena le Ghawazee, ovvero le danzatrici gitane Mediorientali. La musica ha un inizio stile fandango per poi esplodere nella ritmica a 24 intervalli identici tipicamente arabi. La danzatrice e cantante Perla Elia Nemar con il tob(la gonna) e il corpetto rosso a  lasciare scoperte addome e gambe, fa il suo ingresso con le quattro danzatrici in un caleidoscopio di musica, luci, colori elettrizzante. In quel momento stiamo entrando nella metafora che ci condurrà per tutto lo spettacolo attraverso una continua alternanza sempre più sfumata: l’austerità del mondo occidentale contrapposta alla sensualità del Medioriente. La Nemar si sdoppia nel ruolo di Ghawazee come danzatrice gitana e di Almee, termine Storpiato dai soldati francesi napoleonici in istanza in Egitto per Awalim, ovvero la danzatrice di classe colta e nobile che si esibiva solo in privato, in possesso di notevoli doti canore capaci di evocare antiche favole e leggende degne di Sharazade. Di contro un’altra voce, ma soprattutto un ‘interprete straordinaria come Ana Rita Rosarillo, che proietta il pathos delle sue canzoni verso storie d amore felici e tormentate destinate sempre a finire(ma non era’ poi  così l’amore vero e incondizionato?),nostalgia di una terra che è sempre un altrove, un non-luogo impossibile da identificare, un luogo dell’alma che ritorna triste e malinconico nei sogni gitani. 
Straordinario l’apporto dei musicisti, i due chitarristi Sergio Varcacia e Ricardo Garcia Rubi, eclettici nel passare dai palos della bulerias, cantinas, alla musica araba e soprattutto a mixare due forme così differenti grazie all’apporto straordinario delle percussioni di Simone Pulvano e Paolo Monaldi. Per quanto riguarda il violino, Claudio Merico risulta ancora una volta interprete notevole, il suo duetto ritmato con l’arco e i tacchi di Francisca Berton ne fanno uno dei pinti più alti dell’intero spettacolo. La coreografa ora è sempre in abito scuro, bruno ma è coperta di brillantini, come a rappresentare un’apertura all’oscurantismo passato e presente, anche la sua danza ora è meno razionale e più sensuale. Uno spiraglio nel buio. 

Un altro momento è costituito dal ballo di matrice mediorientale del lutto della morte che spezza la gioia  di vivere della danza, con le tre ghawazee vestite con tunica nera stile tuareg e hijab mentre una Algeciras3 Flamencovestita di bianco inizia una danza in solitaria finche’ si toglie il copricapo, coinvolgendo anche le altre danzatrici nell’azione,(speranza di un trionfo della luce sulle tenebra?),a questo punto entra velocemente Perla che stramazza al suolo. Quando si alza le vediamo addosso il tipico mantello da taranta. La musica della pizzica sale veloce ma i suoi movimenti non sono quelli classici dell’attuale ballo per turisti ma hanno un sapore antico. Sono lenti, impercettibili, e sempre lentamente abbozzano dei passi per poi iniziare un percorso di risveglio attraverso un vortice di movimenti armoniosi e fluidi, quasi a ricordare l’antico ballo del sayydi. Un momento molto intenso. La danza dei candelabri sempre interpretata dalla Nemar rimane un momento di forte suggestione musicale e sonora. In questa scena si incontra anche la danza del ventre classica, infatti lei entra sul palco con i candelabri accesi sulla testa e con una tob turchese, la musica si fa sempre più incalzante e inizia a muovere il bacino sempre con i candelabri accesi. Il significato è evidente in quanto veniva proposta in occasione del matrimonio, quindi siamo di fronte ad una danza rituale che si associa alla fertilità rappresentata dai candelabri che devono sempre rimanere accesi. Nell’incontro finale tra flamenco e Medioriente avviene un cambio nelle tonalità degli abiti che scena dopo scena è andato sfumando. Le bailaoras ora sono in bianco con gonna floreale, le ghawazee sono in abito scuro ma senza hijab quasi a voler rappresentare un’emancipazione contro le rigide regole della rappresentazione. 

Si uniscono tre stili magnificamente interpretati: il flamenco, la musica del Medioriente e la base di sottofondo è il Waltzer n. 2 di Dmitri Shostakovich come a testimoniare un continuum popolare con l’iniziale brano di Bregovic e forse per rappresentare idealmente quell’abbraccio del valzer tra due culture che sono sembrate sempre sfiorarsi ma in realtà hanno avuto molti più contatti intimi di quello che appare ad una visione superficiale. 
Il brano Ederlezi in lingua rom vuol dire rinascita, nuova primavera, nel valzer finale si celebra la gioia della coesione culturale. Peccato solo che Shostkovich l‘abbia scritto pensando alla litografia di Duhrer, ballo del cavaliere con la morte. Vi lascio il beneficio del dubbio.Una menzione speciale per tutte le straordinarie ballerine, bailaoras e ghawazee: Cristina Del Vecchio, Antonella Di Biase, Martinica Ferrara, Vania Granata, Flavia Luchenti, Sarah Mahliqa, Giulia Pettinari, Gabriella Piscitelli. Notevole anche l’apporto dei fotografi di scena che hanno realizzato delle foto straordinarie Elena Lanfaloni e Patrizio Paganucci.

 


Immagini
: foto di Patrizio Paganucci ed Elena Lanfaloni

 

 

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