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compagnia algeciras, flamenco

Sin volver la cara, il nuovo spettacolo della Compagnia Algeciras Flamenco

di Jean Luc Dutuel

Roma, giovedì 23 marzo 2017 - 

Teatro - Flamenco, Pizzica, Ambient. Tre mondi apparentemente lontani, distanti che per una serata si uniscono sotto una matrice unica: la separazione.

Sin volver la caraUna foto di famiglia d’inizio secolo sbiadita, ingiallita, di quelle che ormai si vendono alla rinfusa solo su bancarelle vintage, è la liaison, il collante di uno spettacolo unico. Si comincia da un prologo che ricorda il teatro off anni ’60. Quando ancora gli spettatori stanno prendendo posto le bailaoras in tuta bianca, come provenendo dal futuro gravitano lentamente a passi felpati in un contesto musicale ambient. Poi si spengono le luci e arriva la prima sorpresa. Le danzatrici non cambiano abito la musica ambient resta, ma i ritmi delle scarpe chiodate del flamenco risuonano ugualmente armonici fuori dal tempo e dagli schemi.
Il flamenco non è un ballo di gruppo, una moda da spiagge estive, il flamenco è un estilo, che non vuol dire stile ma composizione. Se ne contano oltre quaranta forme, i cosiddetti palos, il flamenco si evolve nel tempo seguendo le nuove tendenze musicali ma rimane immutabile, come la musica classica o il tango, legato a quella partitura in tre quarti che come l’acqua assume mille forme pur rimanendo sempre se’ stesso.
Francisca Berton, ideatrice, coreografa, regista del nuovo spettacolo della Compagnia Algeciras Flamenco, tenutosi lo scorso sabato presso il Teatro del Campus di Cinecittà, ci immerge nel mondo delle prime migrazioni di un secolo fa, tema che mai come oggi nessuna musica può rendere attuale come il flamenco. Ballo di origine, incerte, berbero-moresche, indopakistane, addirittura fiamminghe, trova nelle popolazioni gitane dell’Andalusia del ‘700 la sua nascita ufficiale. Sinonimo di nomadismo, momento di coesione sociale nasce dal basso, in bettole chiamate tablaos, così all’epoca, attraverso questa danza ritmata e coinvolgente, donne e uomini scaricavano tensioni, paure per generare passione, sensualità, vita.

Lo spettacolo Sin volver la cara (Senza voltarsi), non è però solo un’operazione nostalgia sulla migrazione o il rimpianto, ma una serie di tableaux che attraverso l’affascinante mistero di una danza antica rinnovano l’emozione della separazione dalla nascita, dalle proprie radici, dal senso di appartenenza che va oltre il luogo puramente fisico, attraverso  stati emotivi come inquietudine, paura, speranza, gioia. E’ “il viaggio” definitivo, totale quello per trovare l’altrove, inteso come luogo psichico prima che fisico. Dopo il prologo di cui abbiamo accennato lo spettacolo inizia con un flamenco classico, Donne in viaggio, sembra di sentire la nave che bascula, con il violino e il cajon (percussioni) come strumenti primari. Segue un assolo della bailaora ospite, la straordinaria Caterina Lucia Costa che modella i suoi passi al ritmo lento e sinuoso del palo della Seguriya, una delle forme più ancestrali della danza. In Tempesta il palco diventa buio, le scarpe chiodate delle quattro bailaoras vengono immerse in una luce fluorescente e le vediamo fluttuare come lampare scosse dai flutti nel buio dell’Oceano.
Nella sensualissima Zambra, Francisca Berton disegna forme con i movimenti lenti delle braccia, come a evocare ricordi usando la foto di famiglia, una sedia nera di forma taurina, el manton, lo scialle di pizzo bianco, il rosso della mantilla e il bianco della bata de cola (strascico), come pennelli per dipingere i colori dei ricordi inevitabilmente velati di nostalgia. E’ in questo contesto che irrompe la pizzica eseguita dalla bravissima Chiara Candidi che recita in pugliese la poesia ‘Sogno di un giovane emigrante’, simbolo dello sconforto per chi vive solo nell’altrove. Due bailaoras eseguono La Nascita, simbolo di separazione per eccellenza, sulle note di nuovo ambiente, la musica si adegua perfettamente al ritmo delle scarpe chiodate a confermare l’universalità della danza. Nel tableau finale Ida Y Vuelta tutta l’allegria e la vitalità esplodono attraverso le mantillas floreali, l’introduzione de los abanicos, i classici ventagli che coprono il volto delle danzatrici per conferirne passione e mistero. Limitato l’uso del toque, la chitarra folk spagnola introdotta tardi nella danza, inesistenti le castanuelas, a testimoniare l’aspetto malinconico e profondo del tema, lontano dall’esibizione stereotipata da cartolina turistica. Alla fine del percorso si resta con la sensazione che nessun migrante possa abbandonare il suo paese senza mai voltarsi indietro, novello Orfeo, che ha avuto solo il torto di amare la sua Euridice in un tempo e in un luogo sbagliato.

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                                                                                                                      Immagini: google 

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