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Cosa pensare di ‘The Shape of water’, vincitore al Festival del Cinema di Venezia?

di Jean Luc Dutuel

Venezia, venerdì 22 settembre 2017 - 

Cinema  - “Il cadavere di una giovane bellissima ragazza giace sul plumbeo tavolo d’acciaio della morgue. Il medico legale ha appena finito di aprire la cassa toracica

The shape watercon il solito taglio a Y, dopo una serie di manovre, infila la mano dentro e ad un tratto esclama: ”Credo di non poterla trovare”. Una assistente dallo sguardo indifferente chiede:” Che cosa?”. Il medico con sorriso sardonico sulle labbra risponde: “l’anima, mia cara, l’anima!”. 

Poche righe per mostrare come si possa intrattenere un lettore o un eventuale spettatore. La parola intrattenimento, entertainment nell’industria cinematografica, nel corso del tempo ha assunto una connotazione completamente contraria a quella che era in passato. Una volta l’entertainment era la tragedia greca, Shakespeare, il teatro del Grang Guignol, poi con l’avvento della settima arte è diventato sinonimo di divertimento, svago. Erano entertainment Fred Astaire e Gene Kelly, Jerry Lewis, ecc. Oggi non è più così. Il cinema è entrato nel circolo vizioso del marketing e comunicazione, con un pubblico sempre più distratto dai new media. Nell’intrattenimento, in letteratura come al cinema, c’è un misto di ricerca visiva e soprattutto senso della narrazione, storia, avventura. Se si fonde con il mondo interiore di un autore che ha una sua poetica, allora sicuramente abbiamo un film che potrebbe vincere una mostra d’arte cinematografica. 

Il film vincitore di quest’anno al Festival del Cinema di Venezia, The Shape of water di Guillermo del Toro, è comunque lontano da tutto ciò. A mio parere si tratta di un normale film hollywoodiano come tanti (visti e rivisti) che al di là di semplici momentanee emozioni lascia poco o nulla. Esattamente il contrario di un film d’arte che ha la potenza di colpire le persone, che lo rivedranno fino alla nausea. 
La sera di giovedì del 31 agosto al Festival di Venezia, dopo la proiezione, abbiamo assistito a una valanga di recensioni positive. Del film si è sentito dire di tutto: che è un musical, un noir, un b-movie, un horror classico. Si è parlato di capolavoro assoluto. Sabato sera il film, di nuovo nel tripudio, ha vinto il Leone d’ Oro. Sembrava di essere alla cerimonia dell’Accademy Award, il famoso premio Oscar. Peccato che in quel caso, di solito, si premi un film che ha già sbancato i box office e ha avuto consenso di pubblico in tutto il mondo. In questo caso invece il premio diventa un trampolino di lancio (ma ce n’era bisogno?) per un film avviato verso il facile successo commerciale. 

La grande novità sta che un film di puro entertainment, come concepito oggi, vincendo il Leone d’Oro ha avuto l’investitura come film di valore artistico e culturale e soprattutto, caso assai singolare, con il consenso unanime di critica e pubblico (si è messa in moto anche nella cultura e nell’arte la famosa “fabbrica del consenso” di cui da trent’anni ci parla nel suo illuminante libro Noam Chomsky). Sono loro in fondo che formano quell’esercito di critici stereotipati, critici improvvisati sul web, tuttologi, blogger. Provate ad entrare in qualsiasi gruppo facebook di cinema e poi ne riparliamo. La mancanza di riferimenti culturali sradicati negli ultimi trent’anni, l’appiattimento televisivo, la superficialità del web (vedi youtube), gli scambi di opinione su facebook tra persone che condividono gli stessi pensieri omologati, non sono che il segno di quanto avvenuto e probabilmente avverrà nei festival nell’immediato futuro. Si è iniziato col the shape of water non-distribuire film di cinematografie cosiddette “minori”, ovvero di paesi fuori dall’area Usa- Europa occidentale. Si è passati ad ignorare i film che vincevano le mostre d’arte, come accaduto a Venezia lo scorso anno con Lav Diaz, distribuito male e spesso mai nei circuiti europei. Ora l’ultimo anello della catena: si premia un film che oggettivamente è distante, a mio avviso, dall’essere artistico.

The Shape of water per me è un classico blockbuster movie, che si lascia guardare come altri migliaia di film di questo tipo, e pertanto non eccelle. Un tempo forse sarebbe stato fuori concorso. Buona regia, buona sceneggiatura, buona recitazione, buon design d’epoca, buona fotografia, buon sonoro ma tutto questo non basta a rendere un film degno di vincere un premio di un evento che si autoproclama artistico. Una pianificata operazione di marketing da nuovo millennio. Per me l’autore è colui che riesce a fondere il suo mondo interiore con la rappresentazione, ad innovare e creare un suo stile. Spesso basta vedere la scena di un film per rendersi conto di trovarsi nel mondo di Bergman, Kubrick, Welles, Fellini, Haneke, Von Trier, Antonioni. Del Toro prima di questo film aveva realizzato una sorta di remake di transformer e una ghost story tutt’altro che originali. Ecco la parola chiave di cui la pellicola ne è priva: originalità.

Ci troviamo di fronte ad una variante aggiornata della Bella (che poi è) e la Bestia. Il mostro ad un certo punto si dimostra molto vicino al patetico ET di spielberghiana memoria. Il governo, che lo sottopone a terribili esperimenti, ha il volto ghignante dell’arrivista di turno, i characters secondari rappresentano in maniera demagogica e buonista le minoranze sociali. I ritmi del montaggio sono strutturati come un musical anni ‘50, i personaggi si muovono a ritmo di danza, ogni scena potrebbe avere delle coreografie e infatti ci sarà la scena cantata e ballata dalla “bella” e la bestia. Inutile dire dei russi (nel film sovietici) visti sempre come caricature ridicole, la visione americana è tornata ad essere quella degli anni ’50. Per non parlare dell’acqua, altra protagonista del film, che inonda tutto e tutti, a volte solo come semplice effetto spettacolare gratuito.

Per tornare al brano con cui ho iniziato l’articolo, confesso che mi sono ispirato al Faust di Sokurov che qualche anno fa vinse a Venezia. Film di ben altra levatura rispetto al raccontino di Del Toro. Forse anche il regista russo ha usato la metafora della ricerca per parlare di un cinema ridotto a involucro, vuoto, estetizzante e narcotizzante, semplice merce come diceva Peter Bachlin; povero di contenuti ma anche di forma visto che spesso coincidono in un mare di cliché.

 

Immagini: google

 

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